Partiamo da dove ci siamo lasciati nel precedente articolo (qui), andando a ripescare alcune delle suggestioni che ci hanno guidato e che è bene ricordare: innanzi tutto quando parliamo di meditazione, paradossalmente, non dovremmo parlarne, dovremmo FARLA.

Si parla infatti di “pratica meditativa”, perché è un’arte che va messa nella pratica, nella realtà. In oriente si pratica da millenni, ma solo da pochi decenni (e reputo sia per l’influsso occidentale) se ne parla: perché è un’attività personale, declinata al presente, con un numero di sfumature pari al numero di praticanti.

Ci tengo quindi a sottolineare che questo non è un “corso di Meditazione”: è una chiacchierata sulla meditazione.

Allora ricordo sempre a me stessa, prima di sedermi sul mio cuscino, della triade del mio maestro Carlos, così semplice da destabilizzare: vuoi meditare? Siediti, respira ed aspetta. E la ribadisco a me stessa ogni volta che mi sento di scivolare nello sconforto, nel desiderio di un protocollo rassicurante.

Siedi in maniera stabile e confortevole, respira in modo calmo sottile e regolare, con tutto l’ascolto e il radicamento al momento, e aspetta….nulla. Aspetta con fiducia quello che arriverà oggi, magari la consapevolezza che nulla c’è da cambiare, o che tutto cambierà senza sforzo.

Bene, ok, ma perché? Perché lo devo fare, perché non andare piuttosto a finire quelle faccende che si accumulano e rimando?

I perché sono moltissimi, ed alcuni di nuovo molto personali.

Tra i “motivi scientifici” solo un brevissimo cenno ad alcuni Studi:

Il Protocollo Sky dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano, un gruppo che lavora dal 2009 (ho avuto la fortuna di seguire una lezione su Yoga e Stress tenuta da uno dei Biologi che lo conduce, Roberto Sanlorenzo) ha sottoposto un gruppo di pazienti a pratiche di “Yoga laico” (siamo in contesti ospedalieri!), composte da sessioni di yoga-asana, sedute di respirazione, incontri di meditazione, con frequenze molto strette sia in ospedale che a casa in autonomia, e ne ha confrontato i risultati con un gruppo di controllo dopo 6 mesi (il gruppo di controllo nel frattempo ascoltava musica classica).

Il confronto mostra nel gruppo di praticanti una netta riduzione dei sintomi del quadro ansioso e depressivo, ed un rilevante miglioramento delle risposte strumentali (parametri vitali, ecg, eeg, glutatione nel sangue—>antiossidante, in generale una significativa normalizzazione della funzionalità della bilancia simpatico vagale —>sistema nervoso simpatico e parasimpatico in equilibrio….nè rajas nè tamas). Ma sono innumerevoli i riferimenti scientifici che potremmo chiamare in causa, diffusi (finalmente) in tutto il mondo: non ultimo il Kaivalyadhama Yoga Institute, che ho frequentato, in India.

Tornando alla domanda, perché meditare: oltre ai benefici sul piano fisiologico, ci sono poi, come dicevamo, i motivi “non misurabili”, personali, e quindi impossibili da citare tutti.

Meditare ha la stessa radice di medicina: è cura, è prendersi cura. Nella lingua pali (la lingua liturgica del Buddhismo Theravada) meditazione significa “portare a essere”, coltivare, coltivare la mente ed il cuore.

Ma anche volendo restare radicati al nostro occidente, dove diamo larga importanza al cervello con le sue funzioni, Darwin ci dice che le sinapsi sollecitate restano attive, quelle non stimolate deperiscono, ossia i neuroni più sollecitati sopravvivono, andando addirittura a prendere posto delle aree non attive: si tratta della plasticità neuronale, ossia il sistema nervoso ha la capacità di modificare la sua struttura e la sua funzionalità in modo più o meno duraturo in conseguenza degli eventi che lo influenzano, come ad esempio l’esperienza. Ed attenzione: l’esperienza si può indirizzare!

Dice un brano di Lao Tzu:

“Fai attenzione ai tuo pensieri, perché diventano parole.

Fai attenzione alle tue parole, perché diventano le tue azioni.

Fai attenzione alle tue azioni, perché diventano le tue abitudini.

Fai attenzione alle tue abitudini, perché diventano il tuo carattere.

Fai attenzione al tuo carattere, perché diventa il tuo destino.”

Con altre parole Carlos Fiel afferma che “il tuo spirito prende la forma dell’oggetto a cui dedichi attenzione, e se il tuo spirito cambia il tuo cervello cambia”, perché la qualità del cervello è quella dell’adattamento alle situazioni, è impossibile che non cambi, e cambierà attraverso quello che proietta lo spirito, attraverso il modo di sentire ed agire, con un doppio senso di andata e ritorno.

Meditare, in sostanza, significa proteggere il nostro cervello, e questo è un nostro preciso dovere.

E’ importante quindi ricordarci che meditare non è “un percorso per essere lasciati in pace (…), non è solo acquietare, ma raggiungere un campo base di quiete per poter guardare in profondità gli abissi, le pianure, le cime, le distese d’acqua, le rapide, i paesaggi interiori ed esteriori che vivere porta con sé” (Candiani, Il silenzio è cosa viva).

In questo senso si dice che il silenzio ha un potere terapeutico (in qualche testo trovate addirittura lo Yoga e la meditazione classificate tra le psicoterapie non strutturate): ci torneremo sulla necessità o meno del silenzio sempre, ma intanto accenniamo che il silenzio è la condizione base per accettare, e quindi guarire, curare. Perché nel silenzio si spegne il commentatore interno, quella voce autonarrante di sottofondo sempre presente che aggiunge alla realtà la propria visione, che magari diventa giudizio, e si riparte con la plasticità neuronale dove ad essere nutriti non sono certo i pensieri di equanimità e presenza.

Cerchiamo di conoscerla e riconoscerla quella voce autonarrante sempre accesa: non siamo noi, è una retaggio di sopravvivenza, ancestrale, convenzionale, frutto della stratificazione della storia dell’uomo, una voce che nei piccoli, ad esempio, non c’è.

Silenziarla ed entrare nel silenzio per imparare (o re-imparare) ad accorgersi di quel che c’è già.

Nel silenzio si impara ad ascoltare: dice Peter Bichsel nel libro ‘Quando sapevamo aspettare’: “E’ possibile ascoltare bene solo quando si tollera di non capire”. L’assillo di voler capire è una sorta di riduzione al noto, nella meditazione si semina la possibilità di non comprendere e semplicemente ospitare nel corpo……forse, forse, una comprensione più profonda arriverà.

Il silenzio richiama il concetto di pausa, pausa tra azioni, pausa tra pensieri, pausa tra respiri: fate caso al vostro respiro, tra l’INspiro e l’ESpiro (a polmoni pieni, quindi) c’è una pausa, e poi ce n’è un’altra, ancora più dolce, tra ES e IN, prima di inspirare di nuovo, a polmoni vuoti quindi. E’ una pausa che ha una qualità di assenza, di vuoto, di silenzio appunto: sostarvi è un po come sostare nella “terra della mancanza”, è entrare in profondo contatto con il nostro essere degli “esseri mancanti”.

E sostandovi proveremo quiete, come a dire che il sollievo che cercavamo riempiendo una mancanza, lo possiamo trovare invece restandovi, abitandola.

Si dice che è nelle pause che si trova l’illuminazione, l’intuizione, quell’esperienza di comprensione lucida.

Ma dopo aver elogiato il silenzio e le “pause tra”, occorre fare anche una rottura di schema: la meditazione deve rompere gli argini del momento “mi siedo-respiro-attendo” (meditazione formale), e deve dilagare nella vita quotidiana, permeare ogni azione della giornata, per tramutarsi in “attenzione meditativa”.

Per usare parole di Thich Nhat Hanh, vivere nella presenza mentale. “Restate svegli come se camminaste sui trampoli, sapendo che un passo falso può farvi perdere l’equilibrio. Siate come un cavaliere medievale che avanza disarmato fra una selva di spade. Siate come un leone che procede col suo passo lento, leggero e sicuro. Solo questa continua vigilanza potrà portarvi al completo risveglio” (Il Miracolo della presenza mentale, Ubaldini Ed., 1992)

Ai principianti lui consiglia di iniziare con il puro riconoscimento, ossia riconoscere senza giudicare: riconoscere ogni sentimento con imparzialità, superando il dualismo del male-bene, pura presa di consapevolezza, una sorta di allenamento per avvicinarsi alla propria essenza col metodo del “togliere”.

Vedremo quindi in approfondimenti futuri che ogni attività del quotidiano diventa un’ottima palestra per allenare la presenza mentale: la base è essere presenti al respiro, esserne coscienti.

Ai piccoli Yogini suggerisco l’attenzione al respiro prima e durante le interrogazioni a scuola, e per farglielo sperimentare a lezione propongo un momento (il Bastone della parola) dove hanno 1-2 minuti dove possono parlare liberamente: i più timidi sperimentano come ascoltare un respiro prima di iniziare li libera dal timore, i più agitati si acquietano….almeno un po’ !

Allora perché non provare ad ascoltare il respiro alla prima occasione di guida nel traffico che ci appare fermo ed ostile?

Ma da dove arriva tutto ciò?

Conoscere l’origine della meditazione ci aiuta a comprenderne gli aspetti più profondi.

La prima volta che si parla di meditazione in maniera sistematica è nelle Upanisad, una serie di opere collocate tra il 1200 e 300 a.C., anche se alcune forme di proto-meditazione possono trovarsi anche nei Veda, i testi più antichi dell’India, che hanno una datazione estremamente ampia: alcuni parlano di 1500-1200 a.C., altri addirittura 2500-4000 a.C.

Janine Miller commentando i Veda afferma che l’orazione vedica non è una semplice ripetizione di parole, o un incantesimo, o una preghiera, ma un processo che implica diversi gradi di assimilazione profonda, con o senza parole, e che richiede una purificazione di tutto l’essere, e termina con una “elevazione luminosa”.

Siamo quindi in ambito religioso induista; successivamente diventa un asse centrale del buddhismo (Gautama Buddha, contemporaneo di Patanjali, orientativamente 500 a.C.), per poi essere presente come pratica tra i Padri del Deserto, tradizione cristiana IV secolo dopo Cristo.

La collocazione temporale ha il solo ed esclusivo scopo di porre un quadro su cui contestualizzare l’opera di Patanjali.

Ma chi è Patanjali?

E’ l’autore, o il gruppo di autori (anche in India hanno il corrispondente della nostra “questione omerica”) che ha scritto Yogasutra, l’opera che ha reso testuale la millenaria tradizione verbale Yogica.

Si tratta di un’opera ad aforismi, Sutra appunto, composta di 4 capitoli o libri, per un totale di circa 196 (non tutti concordano sul numero) aforismi: brevi sentenze taglienti, in cui ogni sillaba trova il suo posto, nella precisa e sottilissima lingua sanscrita.

Posto che la trattazione di che cosa è la meditazione per Patanjali richiederebbe un master di 4 anni e non basterebbe, qui mi preme accennare solo dove la colloca lui, e concludere poi con quello che per lui è l’inizio del libro.

In realtà tutta la sua opera riguarda il Raja Yoga, non lo yoga fisico che è praticato oggi in occidente: solo per dare una quantificazione a questa affermazione, di circa 196 sutra, solo 3 (3 su 196) parlano di Asana. E Asana (il lavoro sul corpo fisico) per Patanjali si colloca come terzo passaggio nel percorso di studio.

L’ottuplice sentiero dello Yoga (e chiedo perdono per l’estrema sintesi che sto per fare) si compone per lui di Yama e Nyama, qualità morali e sociali che devono essere seguite ed interiorizzate dal praticante prima di ogni altra attività. Poi si colloca appunto Asana, il lavoro sul corpo fisico; quindi Pranayama, innalzamento dell’energia vitale o regolazione del respiro, Pratyahara, ritiro o astensione dei sensi, Dharana, concentrazione, Dhyana, meditazione, Samadhi, illuminazione, o supercoscienza, o meditazione profonda….scegliete la traduzione che preferite.

Eccoci, finalmente abbiamo trovato una progressione, una specie di sentiero da seguire che ci indica anche le precedenze: viene confermato dunque che occorre lavorare il corpo fisico prima di quello energetico, che serve una condotta morale e sociale degna di un praticante come base prima di qualsiasi attività, che una volta placato il corpo, regolato il respiro ed il livello energetico, ritirati i sensi, ci possiamo “concentrare” (come accennavo nel precedente articolo la concentrazione è vista come l’anticamera della meditazione).

E solo dopo, si può parlare di meditazione.

Da questo argomento immenso vorrei adesso solo cogliere un monito, che oggi si è perso: il monito dato dalla progressione, dall’aver dato un ordine temporale alle attività, e se viene dato un ordine, una scaletta, significa che occorre dare rispetto ai gradini successivi, che andrebbero affrontati se non con piena dominanza dei gradini precedenti, per lo meno con devota conoscenza, riconoscenza e di sicuro pratica costante.

Concludo con i primi due Sutra di Patanjali:

Il primo, atha yoganusasanam: adesso incomincia l’esposizione dell’arte sacra dello yoga (quindi quello che sta per dire, tutto, riguarda in generale lo yoga).

Il secondo, completo in sé, oserei dire DEFINITIVO, in quanto contiene l’inizio e anche la fine del tema intero, yoga cittavritti nirodhah: lo yoga è la soppressione dei movimenti nella coscienza.

Vi richiama qualcosa, questo sutra che riguarda lo Yoga nel suo complesso, di quanto detto fino ad ora sulla Meditazione?

E allora mi chiedo: se è lo Yoga in generale che ferma i movimenti della coscienza, se la meditazione è ritenuto il 7° gradino di 8 che nel complesso formano lo Yoga, cosa sottende l’azione di chi oggi separa, seziona, opera un distinguo, tra Yoga e Meditazione? Dove finisce uno e inizia l’altro?

E allora: buona pratica di consapevolezza a tutti.

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