Vorrei riprendere da un argomento di cui abbiamo già parlato, ma è tale la sua importanza che richiede sempre nuove riflessioni: il silenzio.

Il Silenzio

Intanto vorrei fugare un equivoco, nello Yoga (e quindi nella meditazione) quando si parla di silenzio non si intende necessariamente “assenza di parole o attività rumorose”: significa piuttosto non essere interiormente disturbati da quella continua conversazione tra le varie voci interne, i vari commentatori che esercitano il diritto di giudicare, pensare sopra i pensieri, e pensare sopra i pensieri dei pensieri….e così via.

Ci sono momenti che fino ad ora abbiamo definito di silenzio, ma che potremmo riguardare alla luce della definizione appena data. Immaginiamoci ad esempio una coppia che in un determinato momento tace: ma se nelle due menti (o anche solo in una delle due) è in corso un dialogo tra voci autonarranti, voci che alimentano idee magari basate su percezioni erronee, può essere definito un momento di silenzio? Di che tipo potranno essere le prime parole pronunciate (e quindi la rottura di quello che fin’ora abbiamo definito silenzio) dopo un periodo simile? Potranno essere basate sulla pulizia, e su una pausa vera?

La pratica del silenzio consiste non nel mettere intervalli di non-rumore attorno alle varie attività, ma nel generare silenzio al loro interno, all’interno delle attività stesse.

“Quando ci troviamo nel silenzio interiore la consapevolezza può penetrare nel terreno della nostra anima” dice Thich Nath Hanh in “Pratiche di consapevolezza” (Terra nuova Ed. 2009).

Abbiamo già detto che Carlos Fiel definisce il silenzio “terapeutico”, perchè è nel silenzio che può sorgere l’accettazione, primo passo nel processo di guarigione: è nello stare, (di sicuro non perseguibile se voci interiori si rincorrono senza sosta) che arriva la comprensione, la visione profonda delle cose. Ecco sono tutti sinonimi, sfumature del concetto di silenzio.

Ad esso sono stati dedicati molti pensieri e libri, abbiamo visto nel primo articolo “Il silenzio è cosa viva” della Candiani (visione laica su base buddista); con Thich Nath Hanh siamo pienamente su base buddista-zen.

Oggi desidero portarvi la visione di Pablo D’Ors, filosofo-sacerdote cattolico- scrittore spagnolo, che dedica da qualche anno grande passione alla pratica e alla divulgazione della meditazione: suo il libro “Biografia del silenzio” del 2012, edito in italia da Vita e Pensiero nel 2014.

Si tratta di un piccolo libro, molto scorrevole e di facile lettura, che mi ha colpito per la estrema similitudine con la modalità di trasmettere i concetti nella tradizione di Carlos Fiel, che di certo ha una vasta conoscenza della tradizione cristiana, ma si inserisce su un’altro percorso: ecco, utilizzano parole talmente simili da pensare che facendo certe esperienze non si possa che giungere a percepire stati dello stesso tipo.

Pablo D’Ors inizia proprio definendo il metodo della meditazione come “sedersi, respirare e zittire i pensieri”, col fine di riconciliare l’uomo con quello che è. Ci ricorda appunto qualcosa?

Lui peraltro ci propone una visione forse più vicina alla nostra realtà, dove un corpo non abituato a stare fermo, seduto, con schiena eretta per diverso tempo prova dolori e fastidi: nel libro racconta dell’estrema difficoltà di fermare le mente quando il corpo urla. Ma racconta anche di come sia passato da una fase-sforzo, ad una fase-abbandono, o non-sforzo. La profonda accettazione di quello che siamo, della nostra realtà presente genera abbandono, si lasciano cadere le resistenze e si entra nella percezione basata sulla sensibilità.

Lasciar andare, fare spazio.

Può apparire difficile coniugare insieme dedizione e non-sforzo: è un concetto lontano dall’uomo occidentale. In Cina, ma in oriente in generale, esiste un concetto di fare senza fare: porsi in un’attitudine adeguata affinché qualcosa si realizzi per mediazione tua, ma senza farlo tu direttamente, forzando il suo avvio con sforzo.

Un po’ quello che proponiamo in Uttanasana: resta lì, crea il campo fertile (abbandonando le tensioni che resistono alla caduta) affinché la forza di gravità faccia il suo lavoro; ed in generale in tutte la Asana è così, resa, libertà. Così per la meditazione, per il silenzio: si tratta di un rigoroso addestramento all’abbandono.

Certo, occorre fiducia in tutto ciò, e in una sorta di circolo fertile è proprio fiducia che genera la meditazione: fiducia che ciò che dovrà arrivare arriverà, fiducia che anche le parti brutte del film devono esserci.

Il silenzio è un’attesa, nel silenzio si esercita, si allena l’attesa e quindi la fiducia, la solidità davanti all’ignoto, un’attesa non-utilitaria (si tratta e si deve trattare di un’attesa di niente e di tutto, altrimenti si entra in una pericolosissima trappola utilitaristica) che colloca l’essere umano in posizione più umile, e quindi paradossalmente meno complicata.

Purtroppo per noi occidentali l’idea del Silenzio rimanda all’inefficienza, alla perdita di tempo, e in ultima analisi alla morte: e di tutto ciò abbiamo paura e lo rifuggiamo.

Se però con un salto di visione comprendiamo che “il fondamento del fare è l’essere, e la qualità dell’essere determina la qualità del fare” (Thich Nath Hanh), ne deriva che l’azione deve basarsi sulla non-azione, sul silenzio (nell’accezione che dicevamo prima): perchè è lì che l’essere può trovare se stesso, il suo fondamento (il testimone, colui che vede nella purezza), è lì che le vritti, le fluttuazioni cessano, e resta solo la natura profonda.

Paradossalmente, dice Thich Nath Hanh, azichè redarguire qualcuno con “Non stare seduto lì, fa’ qualcosa”, dovremmo mutare l’approccio con “Non fare una cosa qualunque, stai seduto lì!”.

Ciò ovviamente non deve essere preso come un invito all’inazione, tutt’altro: meditare, praticare il silenzio, allena a immergersi pienamente e profondamente in ciò che si sta facendo.

Allora da qualche settimana ho dato un compito ai miei piccoli Yogini (dai 6 a 11 anni). Nella settimana successiva alla lezione chiedo loro di porre tutta l’attenzione possibile al momento in cui si lavano i denti: un po’ sopresi hanno accettato.

Al termine della prima settimana i commenti sono stati sorprendenti: il più grandicello ha ammesso che le prime volte ha faticato a tenere l’attenzione costante, ma che poi è diventato più facile (la mente si allena!). Ma di tutte le annotazioni (in tanti hanno commentato) forse la più pura e soprendente è stata di una bambina di 8 anni: “Facendo attenzione al momento del lavare i denti, ho notato un sapore diverso del dentifricio, talmente tanto diverso che ho chiesto alla mamma se avesse cambiato dentifricio!”….ovviamente non era cambiato dentifricio, era cambiata la consapevolezza, la presenza, lei!

E’ stato bello spiegare il perchè avevo assegnato questo compito: ho promesso loro che in estate assegnerò il compito di fare tanta tanta attenzione a quando mangeranno un bel gelato!

Attenzione Meditativa

Ecco che dalla meditazione silenziosa (qualcuno la chiama meditazione formale) siamo approdati all’idea di Attenzione Meditativa (il compito dato ai bambini): perchè lo scopo della meditazione è quella di entrare nella vita, lo scopo dello Yoga è quello di uscire dal tappetino. Se la Meditazione non dilaga nella quotidianità, se non arriva piano piano a manifestarsi anche nei gesti di ogni giorno, ha perso la sua sfida, diventa una pratica sterile e autocelebrativa.

Siamo daccordo che quel salto forse è quello più difficile, portare l’attenzione al presente, dalla quiete alla quotidianità: ma occorre avere ben presente che è lì che dobbiamo arrivare. Trattandosi di un argomento vasto in questa sede mi limito a consigliare un testo: “Pratiche di consapevolezza” (op.cit.), e mi riprometto di affrontarlo prossimamente.

Mi preme solo ribadire l’accezione di silenzio con cui abbiamo aperto: il silenzio è possibile in ogni azione, anche la più rumorosa, se io resto connesso al Me profondo nel momento presente.

Di questo parla Patanjali nei suoi Sutra: la connessione silenziosa al momento presente.

Ritorneremo ampiamente in futuro su ciò che dice il Padre dello Yoga riguardo la meditazione: desidero adesso riportare un solo Sutra, il III.52 (qualche numerazione lo riporta come III.53):

“Facendo samyama (unione di dharana, dhyana e samadhi, potremmo dire la totalità di ciò che è e produce la meditazione) di istante presente in istante presente, lo Yogi raggiunge la conoscenza superiore e sacra, libera da ogni limitazione di tempo e spazio”.

Il presente è una transizione, mantenendo la consapevolezza sul presente, ne posso capire l’essenza profonda, posso percepire che tutta l’esistenza è composta di attimi impermanenti e dunque posso relativizzare tutta l’esperienza. Cosa è questa se non attenzione meditativa?

E’ nell’attenzione al momento che diventa possibile il cambiamento, e quindi la conoscenza non condizionata.

Ecco che la pratica di Asana si colloca come base propedeutica alla meditazione: nel mantenere la posizione, nel darvi cura, ci si allontana dalle rassicuranti assenze mentali, per entrare invece nel territorio della presenza mentale, dell’attenzione al presente, a quel gesto impermanente che sta compiendo il mio corpo.

A tal proposito consiglio la lettura di un brano di Tolstoy, che trovate qui.

In questo brano è racchiuso tutto quello che abbiamo detto prima: attenzione al presente, l’unico momento in cui si manifesta la vita, ma anche attenzione agli altri.

E su questo vorrei proseguire: la meditazione, almeno come la intende la tradizione yogica e tutte le tradizioni spirituali, ha uno scopo non autorefente (la mia felicità), ma va al servizio degli altri. Ecco perchè si parla di meditazione benevolente: vi è un senso di cura.

Meditazione benevolente

Prendersi cura di quello che sono io, per prendersi cura degli altri come sono; silenziando l’ego, togliendolo dal piedistallo, dall’occhio di bue sotto cui lo teniamo permenentemente, può generarsi uno spazio interiore in cui è possibile coltivare l’amore benevolo, prima verso il Sè profondo (attenzione: non l’ego, il Sè profondo), e di conseguenza verso gli altri.

Desidero quindi concludere con il racconto di come Carlos Fiel apre le meditazioni, che può sintetizzare alcune cose dette: dopo esserci stabilizzati nella posizione pronuncia 5 intenti, 5 Chiamate:

1. Ci guardiamo tutti negli occhi, riconoscendoci ed accettandoci per quello che siamo, accogliendoci l’un l’altro: tutti, nessuno escluso.

2. offriamo la meditazione a qualcuno: dare quindi uno scopo non egocentrico alla pratica. Offrire la meditazione a qualcuno che magari amo e so che ne ha bisogno, oppure a qualcuno che neanche conosco. Dare un indirizzo di benevolenza verso gli altri. Ma addirittura contemplare l’idea che la meditazione può essere offerta anche a qualcuno che non gradiamo….

3. Ringraziare: il ringraziamento è l’antidoto alla cultura del lamento. Allora ringrazio i miei genitori che mi hanno dato la vita, la mia famiglia che mi ha cresciuto e reso quello che sono oggi, tutti i Maestri che ho incontrato nel mio cammino, tutte le esperienze e le persone la cui catena ha fatto si che oggi io sia proprio qui.

4. Mi riconosco. Riconosco me stesso nella mia totalità, riconosco e accolgo le mie parti deboli e bisognose di cura. Lavoro per accettarmi ed accogliermi, in definitiva per amarmi.

5. Infine mi inchino al tappetino, al cuscino: è una sorta di gesto per abbandonarmi con fiducia alla pratica, per ringraziarne il simbolo, per ricordarmi e ritornare ad affermare l’importanza della pratica.

 

 

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